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Nutrirsi di quell’acqua che sorge ad est, scavarsi le mani per raccoglierla e scoprirsi poca.
Il tetto del cielo terge ogni sole da secoli, tutto intorno. La terra si fa sfondare ancora senza pietà sottopelle e nel nascondimento incolore scorre inesorabile. Scava, plasma e modella, creta cruda. L’alito percorre sul filo della pelle, nel cielo che cambia repentino. Ansima il fiato del vento, umido d’oceano poco lontano. Appanna i cristallini disciolti a rubare scintille di sole e divengono fuoco nell’acqua.
Terra antica di peluria verde e tamburi, danze in zufoli e risa di birra…
Ti ricordo, si ti ricordo qui, a danzare nel troppo caldo dello Stura, quell’anno. Il tuo festival mi ha accolto
b.l.
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